Funambolismo Politica

Ma più, ma ancora un po’. Il peso dei morti

Mai più, dopo il Vietnam, quando i bambini correvano nudi tra le fiamme al napalm e la giungla tossiva cadaveri verdi.

Mai più, dopo Sarajevo, tra i palazzi bucati e i cecchini che giocavano a dadi con la vita.

Mai più, dopo la Siria, dove il cielo tossico ha respirato corpi di bambini addormentati per sempre.

Mai più, dopo lo Yemen, dove la fame è diventata un’arma più silenziosa dei droni.

Mai più, mentre lucidiamo nuovi proiettili, firmiamo nuovi accordi, prepariamo nuovi memoriali.

C’è un silenzio nella storia che pesa tanto e che peserà sempre di più nel prossimo futuro.

Un morto israeliano muore con un nome, un morto palestinese muore con un numero. Uno si seppellisce nella Storia, l’altro nella sabbia.
In fila come in una statistica ONU, senza volto, senza tomba, senza Dio.

Perché?

Perché la storia non è mai stata una madre equa. Perché la Shoah è l’orrore scolpito nella pietra della memoria europea, mentre la Nakba è il fantasma che vaga nei corridoi della colpa, a cui nessuno vuole aprire la porta.

Abbiamo imparato che il dolore ha il passaporto. Che c’è lutto con cittadinanza e lutto che resta clandestino. La Shoah ha musei, film, leggi, preghiere. La Nakba ha silenzi, censure, ambiguità, un asterisco a fine paragrafo.

Ogni ebreo morto diventa memoria. Ogni palestinese morto diventa rumore di fondo. E così, quando la carne brucia a Gaza, nelle redazioni si discute solo se sia giusto usare la parola “genocidio”, come se la semantica potesse seppellire i bambini meglio della sabbia.

Il mondo ha deciso che il pianto ha una scala gerarchica.
Che alcune lacrime fanno più rumore perché scorrono su volti “occidentalizzabili”. Che alcuni lutti devono portare la cravatta e parlare inglese per essere considerati civili. I bambini palestinesi, invece, muoiono in ciabatte e pigiami, nel cuore della notte, sotto i missili guidati da GPS benedetti dalla diplomazia.

La Shoah ci ha insegnato a dire “mai più”, ma non per tutti. E non si può dire, perché ogni critica a Israele diventa antisemitismo e ogni difesa della Palestina diventa terrorismo.

E noi, nel mezzo, a cercare il modo giusto per dire che quasi 40 mila bambini non sono “danni collaterali”, ma esseri umani. A balbettare metafore, per non essere censurati.

Siamo impotenti, sì. Con le parole incastrate nella gola come pietre.
Sperando che qualcuno, da qualche parte, impari a pesare i morti con la bilancia del cuore, non con quella della geopolitica.

Perché se c’è una speranza… però è scura, rugosa, stanca.
Una speranza che sa di sconfitta, ma che ancora scrive nomi sui muri
quando tutto il resto vuole solo contarli.

(immagine creata con l’AI)

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