Piango spesso, mi vergogno a dirlo, per questo lo scrivo. Sento il peso delle responsabilità che si raddoppiano, quintuplicano ad ogni minuto vissuto e sempre più incisivamente penetrano nella mia mente facendosi spazio tra i sogni e le speranze. Pandemia, isolamento, genitorialità, paura del crollo psicologico e fisico, paura di morire, paura di vivere troppo, paura di restare indietro mentre tutti gli altri corrono in avanti inseguiti dal mostro dai denti aguzzi che se ti prende… ti mastica e ti sputa via. Dimenticato e cancellato dal sistema che ti impone la corsa, lasciato indietro da chi corre per inerzia senza neanche più pensare.
Illogico, innaturale.
Ci sentiamo parte di qualcosa che in realtà ci rende individualisti, un sistema travestito da comunità. Ci insegnano a correre sin da piccoli, a superare gli altri, a dimostrare (anche mentendo) di essere i migliori. Concorriamo per un posto a scuola, per un posto nella squadra di calcio dei pulcini, per un posto di lavoro, per una foto da pubblicare su Instagram, una frase da scopiazzare su facebook.
Senza rendercene conto ci siamo fatti rubare la fiducia nel prossimo e la condivisione, diventata oggetto promozionale sui social, ha perso il suo lato umano. Ci insegnano a correre veloce e da soli, magari trascinando qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto, quando basterebbe rallentare.
Le case non vengono più costruite con giardini condivisi con altre famiglie, i bambini non giocano più in strada con gli altri bambini, le giornate sono scandite da appuntamenti ed orari che ci costringono a vivere sempre più soli senza momenti di condivisione con una comunità. Così cresciamo i nostri figli mettendoli al mondo come individui soli e con la paura di lasciarli in un tritacarne senza più la nostra protezione. Un genitore dovrebbe avere la libertà di morire in pace, dopo una vita di sacrifici, chiudendo gli occhi per sempre dovrebbe avere la certezza di lasciare suo figlio alla comunità che si prenderà cura di lui perché lui si prenderà cura della comunità. Viviamo invece costantemente con la paura di abbandonare i nostri figli ad un sistema infame e bastardo.
Stiamo lasciando ai nostri figli una società malata, ma con la convinzione di aver lottato per una società adatta a loro e alle loro esigenze. A volte, quando sgrido i miei figli, mi fermo a pensare se quello che sto dicendo loro, se le mie indicazioni, il mio modo di valorizzare le cose, la mia distinzione del giusto e del sbagliato sia solo influenzato dal mio amore, dalla mia protezione per loro, per un mondo che li vuole in un certo modo, per permettergli di essere duri in un mondo di duri e vincere la corsa. Molte volte ho paura di rispondermi.
